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Defilarsi, defilare

 

Da anni assistiamo all'uso improprio di defilarsi e defilare, soprattutto nelle cronache calcistiche.

 

Defilarsi e defilare trovano il loro utilizzo originario nel linguaggio militare, ma sono verbi entrati nell'uso comune oramai da secoli, soprattutto il riflessivo. Derivano da "levarsi dalle fila".

 

Nell'uso comune defilarsi vuol dire sottrarsi alla vista, andarsene senza farsene accorgere; in alcuni casi anche scansare un lavoro, un obbligo. Defilare, invece, dovrebbe restare soprattutto nell'ambito militare, come levare dalla vista del nemico un plotone o quanto altro. Tutti questi usi sono corretti.

 

Dalla fine del secolo scorso, nel linguaggio delle cronache calcistiche, si è iniziato ad adoperare defilarsi e defilare quasi sempre a sproposito. Vediamo alcuni esempi:

  1. "Tizio è defilato sulla destra", per dire che Tizio è fuori dal gruppo (dalle fila) e ha assunto una posizione libera sulla destra, senza attirare l'attenzione degli avversari, per esempio per raccogliere indisturbato un passaggio, e questo è un uso accettabile.
  2. Non vale lo stesso discorso per "Tizio si defila a destra per ricevere il passaggio" perché, come abbiamo visto, nella forma riflessiva il significato è opposto, di andarsene senza farsi vedere. Errore.
  3. "Tizio si defila velocemente sulla destra", nel senso di "corre velocemente decentrato a destra" per proporsi al passaggio, facendosi vedere libero dai compagni. Questo è un doppio errore: defilarsi non ha il significato di decentrarsi e, meno che mai, di farsi vedere: anzi, quest'ultima soluzione suona particolarmente ironica (e molto fastidiosa per chi ama e conosce l'italiano), in quanto sottintende un'azione in un certo qual modo appariscente, mentre nella nostra lingua il significato è di andarsene rifuggendo dall'appariscenza. Chi si defila se ne va via di soppiatto, cercando di non farsi vedere, se ne va via alla chetichella, se ne va insalutato ospite, e via dicendo.
  4. "Tizio si defila per ricevere il passaggio", per dire che si sottrae alla marcatura dell'avversario con un movimento senza palla e andando verso l'esterno. Chi si smarca in profondità, infatti, secondo questo utilizzo non si defila, perché evidentemente resta sempre latente il significato di "senza dare nell'occhio", cosa che centralmente è più difficile. L'errore è parzialmente grave, perché chi si defila lo fa per non farsi vedere, come appena visto, e non il contrario. Certo, è anche vero che essere defilato vuol dire essere fuori delle fila, anche se non defilarsi, nella forma riflessiva…

Insomma, un gran pasticcio, e chi proprio non sa distinguere tra gli usi corretti (pochi) e quelli errati, farebbe meglio ad evitare l'uso di questo verbo. Ma come sono nati e si sono diffusi questi inutili nuovi utilizzi scorretti?

 

Innanzi tutto si può sicuramente affermare che il primo utilizzatore non deve essere stato un gran cultore della lingua italiana. Chi lo ha seguito, poi, lo ha fatto per ignoranza e conformismo. Complessivamente questi usi scorretti possono essere considerati gravi errori di italiano. Bisogna, però, poi tener presente che, ormai, è cresciuta un'intera generazione ascoltando questi utilizzi: si tratta di un esempio di evoluzione della lingua, anche se perpetrata nell'ignoranza. Certo, se questa nuova generazione avesse ascoltato esclusivamente telecronache o radiocronache di Sandro Ciotti, Nando Martellini o Bruno Pizzul, avrebbe appreso un italiano migliore.


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